Questa frase compare nel capitolo 5 dell’Enchiridion, il breve manuale che conserva alcuni degli insegnamenti pratici più importanti legati a Epitteto. Quasi duemila anni dopo, resta una delle formulazioni più chiare della psicologia stoica.
Epitteto non sta dicendo che il dolore, la perdita, l’ingiustizia o il pericolo siano irreali. Il suo punto è più preciso: un evento e il nostro giudizio su quell’evento non sono la stessa cosa.
Immaginiamo due persone che perdono il lavoro. Il fatto esterno è simile. Una pensa subito: «È tutto rovinato. Ho fallito. Da ora in poi andrà tutto male». L’altra riconosce la gravità della situazione, ma si chiede: «È difficile. Che cosa posso fare adesso?»
Nessuna delle due può cancellare ciò che è accaduto. Eppure il significato attribuito all’evento influenza profondamente l’esperienza che viene dopo.
Per gli stoici, lo spazio tra un evento e il nostro giudizio era fondamentale. Gran parte della vita è fuori dal nostro controllo: le decisioni degli altri, le condizioni economiche, gli incidenti, il passato e moltissime circostanze impreviste. Ciò che possiamo esaminare è l’interpretazione prodotta dalla nostra mente.
In un momento difficile può essere utile chiedersi: quali sono i fatti e che cosa ho aggiunto a quei fatti attraverso paura, previsione o supposizione?
Non è un invito a fingere che vada tutto bene. Lo stoicismo non impone un ottimismo artificiale. Chiede lucidità.
A volte una situazione è davvero dolorosa. Ma possiamo renderla ancora più pesante trasformando una battuta d’arresto in una conclusione sul nostro intero futuro, sul nostro valore o sulla nostra identità.
Epitteto ci invita a distinguere ciò che è accaduto dalla storia che costruiamo immediatamente attorno a ciò che è accaduto. La libertà interiore non comincia quando riusciamo finalmente a controllare tutto. Comincia quando diventiamo più attenti ai giudizi attraverso i quali interpretiamo la realtà.